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“Il Microfono di Pasquale Di Mattia”A tu per tu con Ettore Mendicino autore del libro: “Fuori dal Podio Dentro la Vita…”

“Il Microfono di Pasquale Di Mattia”
A tu per tu con Ettore Mendicino autore del libro: “Fuori dal Podio Dentro la Vita…”

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Ettore Mendicino è un ex calciatore professionista con un importante carriera alle spalle, al termine della quale ha scelto di collaborare con l’Evolution Programme della FIGC, del quale parla in questa intervista.

Dottor Mendicino, a beneficio dei lettori, potrebbe esporre le caratteristiche e le finalità dell’Evolution Programme della FIGC?

“L’Evolution Programme è un programma che esiste ormai da anni sul territorio nazionale, in ogni regione, ed è rivolto allo sviluppo del talento calcistico, si basa su una fascia d’età dai 7-8 anni all’agonistica ovvero sino all’under 14. Esso cerca di agire inviando tecnici delle scuole calcio di 2°, 3° e 4° livello per portare la metodologia di crescita del talento ed i nostri parametri per la creazione del calciatore del 2030. I tecnici della Federazione e quelli dell’area psicologica portano una metodologia completa che possa supportare i ragazzi nella crescita, sin dall’età evolutiva e ciò porta un notevole beneficio sotto il profilo dell’insegnamento perchè si instaura una costante condivisione fra i tecnici dell’Evolution Programme e quelli delle società calcistiche. Le finalità in definitiva sono la supervisione, il monitoraggio, la crescita, lo sviluppo, ma anche la condivisione con le realtà del territorio oltre ad una sorta di scouting perchè ogni anno al torneo di fine stagione dell’Evolution Programme partecipano dei ragazzi selezionati settimanalmente nei centri federali di ogni regione ed il torneo stesso ospita osservatori che scovano talenti pronti per il professionismo, con tanti ragazzi che hanno avuto visibilità”.

Cosa L’ha spinta a seguire la strada dell’Evolution Programme subito dopo la fine della carriera agonistica?

“Ho sentito di voler portare, nel mio piccolo, miglioramenti al movimento calcistico che, secondo me, ha ancora delle enormi lacune, come preparazione, approccio, infrastrutture e servizi, quindi, ripeto, posso portare solo la mia esperienza e la mia formazione da tecnico, ma anche da coach umanista, come tale, preparato anche a gestire rapporti umani, con la mia laurea in comunicazione ed un master in management sportivo, oltre a portare la mia ottica di gestione di un gruppo di lavoro. Mi ha spinto quindi a tale scelta la possibilità di mantenere un contatto con il calcio giovanile e a produrre un miglioramento concreto, ogni anno prendiamo dei club e li assistiamo da settembre a giugno, la cosa più soddisfacente è poter valorizzare questi club tanto che è tangibile il loro miglioramento sul piano della metodologia, nonchè dell’allenamento e dell’apprendimento dei ragazzi e della loro crescita oltre a quella dei tecnici, ciò mi gratifica nel cercare appunto di portare un miglioramento”.

In cosa consiste precisamente la Sua attività all’interno di questo progetto?

“Ho iniziato come tecnico, essendo un allenatore UEFA B, quindi ho assunto il ruolo di responsabile tecnico territoriale, ma resto un tecnico con il compito di coordinare, gestire, organizzare le sedute, la condivisione del post allenamento con lo staff, di interfacciarmi con i responsabili delle società”.

Quanto è complicato trasmettere alla vita quotidiana valori dello sport quali la resilienza, la cultura della sconfitta, la forza delle motivazioni e la gestione dell’errore?

“E’ davvero complicato anche se devo ammettere che ultimamente qualcosa sta cambiando, c’è più consapevolezza di cambiare modo all’interno degli ambienti di lavoro e familiari, noto un approccio totalmente diverso, purtroppo siamo circondati da input provenienti da ogni parte con i social media ed il calcio che viene trasmesso in TV che racconta storia non vere, di successi internazionali, di milioni di euro, di un calcio da fantascienza, quando esso è solo 1% del calcio reale, mentre vengono oscurati argomenti quali la resilienza, la gestione della sconfitta oppure il fatto che anche i campioni sbagliano, quindi anche come il giocatore è allenato, come è gestito l’errore, dovrebbero esserci educazione e comunicazione molto più ampie, invece questi valori non sono veicolati nè dai mass-media nè dai social media nè ahimè da tanti educatori sportivi e genitori, questo resta un grande problema perchè un ragazzo può avere del talento in più e subito gli viene messa addosso un’etichetta da predestinato che, se non saputa gestire nel giusto modo, può danneggiare tanto”.

Lo scopo di un attaccante è naturalmente il gol, ma quale può essere il gol di un mental coach?

“Lo scopo di un attaccante è certamente il gol, tuttavia nella mia carriera lo scopo è stato quello di far giocare bene la squadra e di aiutarla a raggiungere la vittoria, se non con il gol, con qualcos’altro. Il gol di un mental coach è aiutare le persone a vivere una vita felice, in particolare il mental coach sportivo sostanzialmente tende ad allenare gli atleti nella maniera giusta e a raggiungere gli obiettivi prefissati. Faccio questa attività con gli sportivi, ma credo anche che una persona qualunque riesca a raggiungere meglio i suoi obiettivi se vive una vita felice ed in armonia con ciò che risiede dentro di lui, mi rende felice aiutare le persone a riscoprirsi e a vivere una vita in linea con la loro vocazione oltre che a raggiungere gli obiettivi che loro hanno fissato, non quelli che altri hanno stabilito per loro”.

Quali sforzi ulteriori si possono profondere per fare dello sport una leva educativa ed uno strumento utile a costruire l’uomo prima che l’atleta?

“Di strumenti ce ne sono tanti, ma come ripeto spesso, il ridimensionamento dovrebbe essere culturale, questa leca educativa parte dalla TV, dai genitori, dalle scuole, dalle scuole calcio, dagli input dei social media, è veramente ovunque il cambio di paradigma che può aiutare a vivere una vita più consapevole e serena e meno di successo. Le scuole calcio, con i loro formatori, allenatori ed educatori, se formati a loro volta nella giusta maniera, hanno un ruolo chiave, tanto che ritengo che per fare l’allenatore di una squadra di calcio si dovrebbe fare molta più fatica a prendere un patentino perchè abbiamo una responsabilità enorme, quella di curare i sogni di tantissimi ragazzi”.

Poniamo il caso che un bambino le manifestasse la volontà di diventare calciatore, cosa gli consiglierebbe?

“Domanda da un milione di dollari, molto generica, è difficile dare una risposta. Consiglierei ai ragazzi di educarsi e di prepararsi nel saper riconoscere le emozioni e a non definirsi in base ai giudizi altrui ed ai risultati che ci dà la società, a distaccarsi da ciò che essa dice , ossia “siamo forti solo se facciamo gol, se si guadagnano tanti soldi oppure ricopriamo un ruolo che anche altri riconoscono”, questo distacco dai giudizi, questo ritorno a loro stessi, questa riscoperta di se stessi sono un qualcosa che si può già realizzare in tenera età,sebbene ciò sia molto complicato, però se dovessi dare una risposta filosofica, consiglierei ai ragazzi di inseguire i propri sogni con estrema consapevolezza di loro stessi”.
Pasquale Di Mattia
Redazione PassioneSport.tv