
Editoriale di Pierluigi Grande. Rifondare il calcio: non uno slogan, ma una necessità…
C’è una parola che più di tutte emerge dalla relazione del presidente uscente della FIGC, Gabriele Gravina: rifondazione. Non un semplice aggiustamento, non una riforma parziale, ma un ripensamento profondo del sistema calcio.
Ho avuto modo di conoscerlo personalmente. Un giudizio, lo ammetto, non approfondito, ma sufficiente per cogliere un elemento fondamentale: la passione. E in un mondo spesso appesantito da interessi e burocrazie, questo resta un punto fermo. Tuttavia, la passione da sola non basta. Serve visione, e soprattutto il coraggio di intervenire su nodi strutturali che da anni vengono denunciati anche da chi, come noi “menestrelli” dello sport, osserva e racconta.
Il primo vero nodo: la formazione
Il problema più grande parte dal basso. O meglio, dai più piccoli. Il calcio giovanile continua a essere trattato come un bacino di “quote” più che come un ambiente educativo e formativo. È qui che si gioca la partita più importante.
Servono istruttori preparati, formati, aggiornati costantemente e stipendiati. Anche quando operano in contesti dilettantistici o da “dopolavoristi”, non può mancare la qualità. La formazione continua non è un optional, è una necessità.
E poi c’è un tema troppo spesso dimenticato: la multidisciplinarità. Fino ai 12-13 anni, i ragazzi non dovrebbero essere incanalati in una sola disciplina. Nel progetto Scienza e Sport, che ho l’onore di coordinare insieme all’Istituto Pasteur Italia – realtà scientifica collegata a Sapienza Università di Roma – e al Panathlon International, con il contributo di studiosi come Giuseppe Musarò e Claudio Babiloni, abbiamo più volte evidenziato un dato chiaro: la multidisciplina in età precoce è fondamentale per lo sviluppo neuromotorio.
La memoria neuromuscolare costruita da bambini è stabile, duratura, “indistruttibile”. Tutto ciò che si apprende più tardi, invece, è spesso temporaneo. Non è un’opinione: è scienza.
Ripartire da qui significa anche restituire spazio al gioco libero strutturato anche dalle Associazioni Sportive, ma gioco libero…oggi sempre più sacrificato. Solo dopo, lungo il percorso, si potrà introdurre la specializzazione, rispettando attitudini e tempi individuali.
Poi! Più italiani attraverso un Codice Etico tra società e vantaggi da regalare a chi fa giocare i giovani italiani nelle prime squadre.
I blocchi del sistema.
Gravina individua chiaramente alcuni ostacoli strutturali. Il primo è normativo: un sistema ingessato da leggi e regolamenti stratificati nel tempo, che limita fortemente la capacità di intervento della FIGC.
Tra i punti più controversi, l’abolizione nel 2021 del vincolo sportivo, considerata una delle cause principali della perdita di controllo e stabilità nel sistema. A questo si aggiunge l’eccessivo potere delle leghe (Serie A, B e Lega Pro), che rende quasi impossibile una razionalizzazione del numero di squadre professionistiche. L’idea di ridurre i club – 18 squadre per A e B, con tagli più incisivi in Lega Pro – resta, ad oggi, difficilmente praticabile. Io personalmente non sarei d’accordo a tagli ma impianterei nuove regole…
C’è poi il tema, delicato, dei calciatori italiani: le normative europee impediscono vincoli rigidi sul numero minimo in rosa. La soluzione, dunque, non può essere l’imposizione, ma la convenienza: rendere vantaggioso per i club investire sui talenti italiani.
Le proposte: tra economia e struttura.
Le soluzioni avanzate da Gravina si muovono su più livelli.
Sul piano economico:
una quota dei proventi delle scommesse da destinare al calcio;
sostegno al professionismo femminile, oggi strutturalmente in perdita;
crediti d’imposta per investimenti nei settori giovanili (under 23);
ripristino di un regime fiscale agevolato per attrarre professionisti dall’estero;
incentivi per la costruzione e l’ammodernamento degli stadi, anche in vista di UEFA Euro 2032.
Sul piano tecnico e organizzativo:
riduzione del numero delle squadre professionistiche;
riforma del sistema arbitrale, con l’introduzione dell’arbitro professionista;
rilancio del calcio giovanile, riportando al centro la tecnica rispetto alla tattica;
maggiore attenzione all’attività di base non agonistica.
Oltre le riforme: il cambio culturale
Eppure, accanto ai blocchi normativi ed economici, esiste un ostacolo ancora più difficile da superare: quello culturale.
Finché il risultato immediato continuerà a prevalere sulla crescita, finché la formazione sarà vista come un costo e non come un investimento, finché i bambini saranno trattati da piccoli professionisti invece che da individui in sviluppo, ogni riforma rischierà di restare incompiuta.
Rifondare il calcio significa partire dai bambini, dalla scuola, dalla cultura sportiva. Significa restituire centralità al gioco, alla tecnica, alla crescita armonica. Significa avere il coraggio di cambiare davvero.
Altrimenti, cambieranno i nomi, ma non cambierà il sistema.
Solo così si potrà regalare un sogno ai giovani sognatori e riportare in alto il tricolore del calcio…
Pierluigi Grande