
Dimitri Birk, la schiena dritta del calcio dilettantistico.
La storia nasce da lontano, nei primi anni ’90. Antonio Marras, tra i più attenti osservatori del territorio, nota un bambino talentuoso nel Nuovo Latina: si chiama Dimitri Birk. Padre croato, madre montenegrina, porta con sé il temperamento e l’estro tipici della scuola jugoslava. Marras non ha dubbi e lo accompagna a Trigoria, dove ad accoglierlo ci sono Bruno Conti e Roberto Pruzzo, da poco ritirati e pronti a trasmettere ai più giovani la loro esperienza.
È l’inizio di un viaggio fatto di vittorie e sconfitte, gioie e delusioni. Un percorso che trova il suo primo compimento con il debutto in Serie B, con la Ternana allenata da Tarcisio Burgnich, storico difensore della grande Inter di Helenio Herrera.
Poi arriva il buio: una grave pubalgia lo tiene lontano dal campo per due anni. Il ritorno avviene in Serie D, una piccola luce dopo un periodo difficile. Seguono l’esperienza nella nazionale militare e, infine, la scelta che cambia tutto: diventare allenatore.
Il sogno prende forma in panchina. Tante esperienze tra le prime squadre dilettantistiche, una passione viscerale e la solita voglia di incidere. Tra successi importanti e sconfitte formative, fino all’ultima delusione: l’esonero dal San Pietro e Paolo.
«Per me il calcio è pura passione», ha sempre dichiarato Birk. E nonostante le difficoltà, è considerato uno dei tecnici più preparati e professionali del panorama dilettantistico regionale.
Il contesto, però, non è dei più semplici. Il San Pietro e Paolo rappresenta una realtà particolare: un gruppo di amici, senza compensi economici, unito dalla voglia di divertirsi e dimostrare il proprio valore in un campionato dove molte società inseguono obiettivi diversi, costruendo rose competitive con giocatori di categoria.
La squadra arrivava da un ottimo quarto posto nella stagione precedente, sotto la guida di mister Ruggeri. Poi l’arrivo di Birk, a soli due giorni dall’inizio della preparazione.
«Sono stato chiamato con una rosa completamente rivoluzionata, nei numeri e nelle caratteristiche. Abbiamo iniziato un percorso difficile, con tanti giovani e altri arrivati senza referenze, i classici “amici degli amici”», racconta.
L’avvio è complicato, ma il gruppo cresce. «Sapevo di poter contare su una dorsale solida. L’adattamento richiede tempo: se nel professionismo servono mesi, nei dilettanti è impensabile fare miracoli».
Birk, però, non si tira indietro: «Ho sempre protetto i miei giocatori, assumendomi ogni responsabilità. Faccio sempre così! Ho detto chiaramente alla dirigenza che, se qualcuno doveva pagare, sarei stato io».
A dicembre arriva la svolta, grazie anche al supporto di Giuseppe Di Raimo dell’Agora Calcio. «Sono arrivati giocatori che hanno sposato subito la causa. Abbiamo cambiato metodologia e mentalità».
I risultati parlano chiaro: 7 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte nel girone di ritorno. «La squadra era lanciata, finalmente consapevole dei propri mezzi».
Poi, però, quello che Birk definisce senza mezzi termini «il classico pasticcio all’italiana». Dinamiche interne complicate, equilibri fragili, ostacoli anche dall’interno…
E aggiunge: «Quando i risultati iniziano a dare fastidio, certi meccanismi si attivano. Questo è uno dei mali del dilettantismo: un sistema che, paradossalmente, viene lasciato troppo al caso».
Coglie l’occasione per approfondire un argomento importante: l’attenzione ai particolari.
«Nel calcio dilettantistico i ragazzi si allenano spesso in condizioni difficili, tra attrezzature insufficienti e organizzazione superficiale».
La riflessione si allarga: «Bisogna ripartire dai settori giovanili, rimettere il giovane al centro. Servono formazione per allenatori e dirigenti, professionalità anche nei dilettanti. Solo così si può rifondare il calcio».
E infine, il bilancio personale:
«Esco sempre dalle mie esperienze con la schiena dritta, orgoglioso del lavoro svolto e grato ai miei giocatori e allo staff. Anche senza budget, senza favori e senza protezioni, si può costruire qualcosa di vero. Il calcio è bello perché la palla è rotonda».
Dimitri Birk resta una figura preziosa, sarebbe adatto soprattutto per il calcio giovanile. Ma la sua anima appartiene al campo, alla competizione, al “calcio vero”.
E a chi, come lui, continua a viverlo con valori forti e coerenza, non si può che augurare il meglio.
Davide Arimaldi — Redazione PassioneSport