
Celebrata il 18 ottobre, nella sede dell’UNAR a Roma, l’edizione annuale del Premio Italia Diritti Umani, dedicata alla memoria di Antonio Russo.
ROMA, 19 ottobre 2026 – Un evento dai molteplici significati, nel corso del quale sono state celebrate tre professionalità di particolare rilievo, tre storie capaci di incarnare e raccontare i temi al centro della manifestazione.
A Enrico Montesano, Andrea Lucidi e Fiorella Carollo è stato conferito il significativo Premio alla carriera. Non medaglie né targhe celebrative, ma autentiche opere d’arte, capaci di raccontare, attraverso immagini e colori, i valori dell’impegno civile, della libertà d’informazione e della dignità umana.
Un esempio di come un premio possa tradursi in una targa, in una pergamena, in un riconoscimento da esporre. Oppure possa diventare qualcosa di più: un’opera d’arte capace di esprimere il significato di un impegno e il valore di una testimonianza. È proprio da questa riflessione che si può partire per raccontare l’edizione 2026 del Premio Italia Diritti Umani, svoltasi domenica 18 ottobre presso la sede dell’UNAR, in via Ulisse Aldrovandi 16, a Roma.
Trovarmi nel cuore del giornalismo libero è stato per me emozionante. La libertà d’espressione ha rappresentato la missiondella mia vita, professionale e privata: un principio fondamentale, un valore da difendere e un impegno che continua a orientare il mio percorso.
Promossa dalla Free Lance International Press (FLIP), in collaborazione con le realtà associative coinvolte, la manifestazione è ormai diventata un appuntamento di grande valore, non soltanto per i riconoscimenti assegnati, ma soprattutto per i valori che intende testimoniare.
L’iniziativa è dedicata alla memoria di Antonio Russo, già vicepresidente della FLIP, ucciso in Georgia nell’ottobre del 2000 mentre documentava la guerra in Cecenia. La sua figura continua a rappresentare un punto di riferimento per quanti considerano la libertà d’informazione una componente essenziale della democrazia e della difesa dei diritti fondamentali.
Perché è impensabile, in qualsiasi ambito, che si possa arrivare a morire per fare bene il proprio lavoro.
Ad aprire il pomeriggio è stato Virgilio Violo, presidente della Free Lance International Press, che ha definito il premio un presidio di libertà e di resistenza culturale. Un’espressione che riassume lo spirito dell’iniziativa: resistere attraverso la cultura significa anche continuare a offrire strumenti di conoscenza, occasioni di confronto e bellezza in un mondo attraversato da conflitti, disuguaglianze e violazioni della dignità umana.
Da decenni Violo guida l’associazione e la sua rete di giornalisti freelance, presente in oltre quaranta Paesi, custodendo anche la memoria più dolorosa della professione: quella di chi ha perso la vita per documentare la guerra e portare all’attenzione pubblica ciò che sarebbe altrimenti rimasto nascosto.
Libertà d’informazione e responsabilità collettiva.
Il Premio Italia Diritti Umani nasce per riconoscere pubblicamente persone che, attraverso il proprio impegno professionale, civile e sociale, contribuiscono alla costruzione di una società più giusta e inclusiva. Il suo significato va oltre la consegna di un riconoscimento: richiama la responsabilità di raccontare le ingiustizie, dare voce alle persone più vulnerabili e mantenere viva l’attenzione sulle violazioni dei diritti, in Italia e nel resto del mondo.
La libertà di stampa non consiste soltanto nel poter raccontare i fatti, ma anche nella possibilità di raggiungere realtà spesso escluse dal dibattito pubblico, verificare le informazioni e offrire ai cittadini gli strumenti per comprendere ciò che accade.
Un compito che riguarda in modo particolare i giornalisti freelance, chiamati a confrontarsi con scenari complessi e, talvolta, pericolosi. La ricerca delle fonti, il rispetto della verità dei fatti e l’attenzione verso le persone coinvolte costituiscono elementi imprescindibili di un’informazione che voglia essere al servizio della collettività. E questa è stata la base etica del nostro percorso professionale.
I temi della giornata: dai conflitti internazionali all’intelligenza artificiale.
Dopo i saluti istituzionali di Virgilio Violo e Antonio Masia, presidente dell’UNAR, la giornata ha affrontato questioni che legano strettamente la tutela dei diritti umani alle trasformazioni politiche, sociali e tecnologiche del presente.
Patrizia Sterpetti, di WILPF Italia APS, è intervenuta sul tema “Stabilità politica e diritti umani a rischio. Vivere a discapito di altri”, ponendo l’attenzione sul rapporto tra equilibri politici, responsabilità collettive e tutela della dignità umana.
Antonio Cilli, CEO di Cittanet, ha approfondito il rapporto tra intelligenza artificiale, libertà d’informazione e progresso umano nell’ottica global, con l’intervento “Intelligenza artificiale e architetture umane, il mio ciucciotto digitale”. Una riflessione sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie e sulle responsabilità che accompagnano la loro diffusione.
Anna Peter Mirò, membro di WILPF Italia, ha invece richiamato l’attenzione sulla situazione della Tanzania e sulla necessità di una nuova Costituzione con l’intervento “Salviamo la Tanzania: inevitabile una nuova costituzione”.
Nel programma anche la presentazione di Il mio ciucciotto digitale, a cura di Ferdinando Maddaloni, dedicata alle relazioni tra società, istituzioni e nuove tecnologie.
Temi diversi, accomunati dalla stessa domanda di fondo: come proteggere la dignità della persona in un contesto in cui gli equilibri internazionali, le trasformazioni digitali e le disuguaglianze mettono continuamente alla prova i diritti fondamentali? E io aggiungerei come proteggere la crescita cognitiva delle nuove generazioni affinché’ un giorno possano avere cervelli e anime libere…
La cerimonia: quando l’arte accompagna il riconoscimento.
Uno dei momenti centrali del pomeriggio è stato quello della premiazione, affidata alla conduzione di Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari e studiosa di Grazia Deledda, da anni impegnata nella promozione della scrittura femminile e nell’organizzazione del Premio Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo.
Le motivazioni dei riconoscimenti sono state lette dagli attori Pilar Castel, Giorgio Carosi e Caterina Gramaglia. La parola teatrale ha così accompagnato la consegna delle opere, creando un dialogo tra il valore pubblico dell’impegno premiato e la dimensione personale dell’incontro con l’arte.
La scelta di affiancare ai riconoscimenti opere pittoriche ha dato alla cerimonia un significato particolare. Una motivazione scritta spiega le ragioni di un premio e le rende condivisibili; un dipinto, invece, può parlare direttamente a chi lo riceve, diventando una testimonianza personale e durevole. L’arte non si limita a celebrare il merito, ma offre nuove chiavi di lettura dell’esperienza umana. Comunica il messaggio in forna artistica e visiva.
Enrico Montesano e il silenzio di una città: l’opera di Stefano Mecchia.
Tra i riconoscimenti consegnati, quello a Enrico Montesano è stato accompagnato da una tela di Stefano Mecchia raffigurante uno scorcio del Pigneto all’imbrunire.
La strada, costruita secondo una prospettiva centrale, si allunga tra un muro cieco e due palazzi color ocra, punteggiati di finestre illuminate, fino a un orizzonte sfumato tra il blu profondo e il rosa. Non compaiono figure umane, ma “vibra” di vita… la presenza delle persone sembra attraversare l’intero dipinto: è suggerita dalle luci dietro i vetri, dalle vite che si possono immaginare oltre le facciate, da una quotidianità che rimane invisibile ma non per questo assente. Ognuno con il proprio paradigma costruisce le fotografie che non ci sono…
E qui che voglio centrare un altro aspetto del giornalismo ormai lontano. Dagli arbori che furono…mi hanno insegnato di raccontare, commentare, ma sempre proteggere la psiche dei fruitori, con l’obiettivo, assoluto, di regalare spunti di colore sbiadito, mai troppo colorato, lasciando che ognuno dipinga il proprio arcobaleno…
Per noi è reato divino usare con “forza” la “forza” della comunicazione, del resto tempo fa plasmare e dirigere voleva dire “plagio” voleva dire reato…
Tornando al quadro, Mecchia, che guarda ai maestri del Novecento e in particolare a Mario Sironi, ha spiegato che il quadro «celebra l’essenza con l’assenza» e racconta il «silenzio di una città caotica, in cui manca il contatto con l’altro». L’artista ha inoltre richiamato l’attenzione sul rischio che il rapporto umano si trasformi in una relazione soltanto apparente: «A volte, il contatto umano è fittizio».
Montesano, romano di nascita e protagonista da oltre mezzo secolo della scena teatrale e cinematografica italiana, ha espresso gratitudine per il riconoscimento, ripercorrendo il proprio percorso professionale e sottolineando l’importanza di aver sempre cercato di svolgere il proprio lavoro con serietà, senza prendere in giro il pubblico. Ha ricordato anche Pietro Garinei, il maestro che ha contribuito alla sua formazione artistica.
Nell’incontro tra il dipinto e l’attore si è così delineato un filo comune: due linguaggi diversi che richiamano la stessa esigenza di non ridurre l’incontro umano a un gesto superficiale.
Andrea Lucidi e il conflitto russo-ucraino: la testimonianza nell’opera di Silvia Coletti.
Un altro momento significativo ha riguardato Andrea Lucidi, giornalista impegnato dal 2022 sul fronte del conflitto russo-ucraino, destinatario del riconoscimento speciale intitolato ad Antonio Russo.
A lui è stata consegnata un’opera di Silvia Coletti, artista che lavora con una pittura materica nella quale l’acrilico si combina con cera e gesso e, talvolta, con frammenti di pietra.
La composizione è attraversata da una linea rossa che separa una zona scura, associata dall’artista alla prigionia, da un’area chiara sulla quale il colore si attenua progressivamente. Al centro, il simbolo dell’associazione si affianca all’emblema delle Nazioni Unite. Il passaggio dal buio alla luce suggerisce un percorso verso la libertà, mentre il rosso richiama il prezzo pagato da chi testimonia la guerra.
Nel corso della cerimonia Lucidi ha sollevato il quadro accanto al viso, mostrandolo ai presenti. Un gesto semplice, che ha reso ancora più evidente il legame tra l’opera e il significato del riconoscimento.
La tela non rappresenta direttamente corpi feriti o scene di violenza. Affida il dolore a un segno, a una separazione cromatica, a un contrasto che invita chi osserva a interrogarsi sul significato della libertà e sul costo umano dei conflitti.
Viene spontaneo richiamare la riflessione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri: la compassione suscitata dalle immagini rischia di esaurirsi se non si traduce in consapevolezza e azione. La pittura di Coletti non offre risposte definitive, ma pone una questione essenziale: vedere la sofferenza è soltanto il primo passo; riconoscerla significa assumersi la responsabilità di non restare indifferenti.
È un messaggio che si lega profondamente alla memoria di Antonio Russo e al lavoro di quanti continuano a documentare i conflitti, spesso in condizioni difficili, affinché le vittime non scompaiano dietro le statistiche e le notizie non si esauriscano nel rumore dell’attualità. Gli umani non possono essere considerati dei numeri.
Fiorella Carollo: i fiori di Stefania Pinci per la pace e il pacifismo femminile
Il premio principale è stato assegnato a Fiorella Carollo, orientalista di formazione antropologica ed esperta di pensiero femminista, che nei suoi reportage ha raccontato le donne impegnate a trasformare le società asiatiche. Al suo percorso si lega anche il libro Extinction Rebellion e la rivoluzione climatica, dedicato alla mobilitazione per il clima. Il suo impegno si concentra oggi anche sul pacifismo femminile e sulla resistenza alla militarizzazione, temi che richiamano la necessità di ripensare la pace attraverso la partecipazione e il protagonismo delle donne.
A Carollo è stata destinata un’opera di Stefania Pinci, artista che predilige la spatola e una pittura materica, fatta di colori densi e segni vigorosi. I fiori emergono dalla tela attraverso tocchi corposi, grumi di cremisi e magenta accesi da pennellate blu, salendo in verticale come un mazzo che si apre verso l’alto. Il disegno si dissolve progressivamente, fino a sfiorare l’astrazione, ma i fiori conservano la loro vitalità.
È proprio nella tensione tra ciò che resiste e ciò che rischia di svanire che il dipinto incontra il significato dell’impegno di Carollo: la difesa di un pianeta ancora abitabile, la ricerca della pace e la convinzione che le donne possano contribuire a contrastare la logica della militarizzazione. Un’opera che non illustra semplicemente un ideale, ma lo evoca attraverso la forza della materia e del colore.
Tre opere, tre storie, un’unica idea di dignità!
Le opere di Stefano Mecchia, Silvia Coletti e Stefania Pinci hanno accompagnato i riconoscimenti a Enrico Montesano, Andrea Lucidi e Fiorella Carollo, trasformando la cerimonia in un incontro tra linguaggi artistici e percorsi personali. Suggerire, così, ciò che spesso le parole non riescono a esprimere interamente.
Torniamo così alla riflessione iniziale: perché un’opera d’arte e non una targa?
La risposta sta nella differenza tra il riconoscimento pubblico e il valore irripetibile di un dono. Una targa esprime una motivazione attraverso una formula che può essere ripetuta per ogni premiato. Un’opera, invece, porta con sé il gesto unico dell’artista e, una volta donata, crea un legame tra chi l’ha realizzata e chi la riceve. Non è soltanto un oggetto: è una testimonianza personale, un segno che continua a parlare anche dopo la conclusione della cerimonia.
Il Premio Italia Diritti Umani ha tenuto insieme queste due dimensioni: da una parte le motivazioni lette davanti al pubblico, che rendono condivisibili le ragioni del riconoscimento; dall’altra le opere, rivolte a ciascun destinatario nella sua singolarità.
Il diritto afferma che ogni persona possiede la stessa dignità; l’arte ci ricorda che ogni opera è unica…
Si! Proprio come ogni essere umano…
Il ricordo di Antonio Russo e il dovere di non voltarsi dall’altra parte.
Nel congedo, Virgilio Violo ha ribadito che il giornalismo libero, da esercitare con scienza e coscienza, resta un baluardo fondamentale a difesa dei bisogni e dei diritti dell’uomo.
Antonio Russo ha pagato con la vita la scelta di documentare una realtà che altri rischiavano di ignorare. I giornalisti, come gli artisti, possono contribuire a rendere visibile ciò che viene nascosto, dimenticato o lasciato ai margini. Entrambi chiedono a chi osserva di non voltarsi dall’altra parte.
Come una traccia lasciata sulla roccia e capace di attraversare i millenni in attesa di uno sguardo.
Con il motto “Per un mondo più giusto, più umano, più solidale”, il Premio Italia Diritti Umani 2026 ha rinnovato il proprio impegno a favore della libertà d’informazione, della solidarietà e della tutela dei diritti fondamentali. E ha ricordato che riconoscere la dignità di una persona non significa soltanto proclamarne il valore, ma assumersi la responsabilità di renderlo visibile, ogni giorno. Viva la giustizia di un mondo più giusto…
Concludo questo articolo con un concetto “d’oro” divulgato e discusso anche dai grandi filosofi del passato.
Come ha detto in quell’occasione Enrico Montesano:
“la vita è fatta di sopra e di sotto, delineati da una linea ben visibile. Beh, io ho sempre preferito rimanere sotto, ma proprio per questo, forse, ho protetto la mia massima espressione.”
E io aggiungo che non dividerei il mondo in deboli e forti, ma in sensibili e insensibili. La storia ci insegna che le persone sensibili sono spesso più forti di quelle aride: in ogni campo della vita, sono stati i primi a lottare e a conquistare diritti umani, a battersi per gli ideali e a difendere ciò in cui credevano. Mai i secondi. Diventando cosi i sensibili, gli introversi i veri forti…
Lo sport, che è una straordinaria lettura della vita, ne è un esempio evidente. I più grandi campioni della storia, nelle loro lotte e nelle loro vittorie, hanno dimostrato che a fare la differenza non sono soltanto la forza fisica e la determinazione, ma anche l’ipersensibilità, la capacità di sentire più profondamente, di soffrire, di emozionarsi e di trasformare tutto questo in energia. Perché la sensibilità non è una debolezza: è una forza che, quando incontra il coraggio, può cambiare la storia.
Pierluigi Grande


